www.nzurato.it

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In napoletano “ ‘nzurarse” vuol dire sposarsi: prendere moglie. Da “uxor”, moglie.
In latino tardo si registra la voce “uxoratus”, da cui “ ‘nzurato”, sposato.

‘O NZURATO

Il passar da “nnammurato”

(fidanzato e spasimante)

a “nzurato”: uomo sposato

raramente è incoraggiante.



Il dominio del piacere

(baci, ardore, gelosia)

cede al mondo del dovere:

quanti impicci, mamma mia!



Dopo un po’ finisce il gioco:

c’è la guerra, dentro casa.

Il denaro è sempre poco,

e la moglie è una provasa…



D’altra parte, non c’è verso:

che si fa, non ci si sposa?

Solamente chi è “diverso”

può evitarla, questa cosa!



‘O ‘nzurarse è comm’a vita:

se ci pensi, è proprio uguale.

Incomincia ch’è una gita,

ma finisce sempre male!

S-MAIL E CURIOSITA'

In napoletano “ ‘nzurarse” vuol dire sposarsi: prendere moglie. Da “uxor”, moglie. In latino tardo si registra la voce “uxoratus”, da cui “ ‘nzurato”, sposato. La società ha incoraggiato il matrimonio (inteso come patto che sostiene la stabilità della coppia) fin da quando l’uomo da raccoglitore è diventato agricoltore. Una coppia stabile garantiva il sostentamento dei figli: più figli voleva dire più bocche da sfamare, ma anche più braccia per seminare e raccogliere, e per difendersi dai nemici. I figli sono perciò stati a lungo una ricchezza, e il “patto” matrimoniale che ne è alla base è stato uno dei punti fermi della società civile. Cosa c’entra l’amore in tutto questo? Poco (magari nella prima fase del rapporto di coppia), o niente. Ma le convenienze sociali facevano in modo che la coppia restasse unita. La gelosia, che, proprio come il matrimonio, non ha nulla a che fare con l’amore, aveva (ed ha) a che fare col possesso, e con una questione pratica: il marito non era disposto a faticare e ad impegnarsi per allevare i figli di un altro uomo. Perciò la “marca(va)” strettamente. Dal canto suo, la moglie non voleva (e non vuole) correre il rischio che lui la lasci per una più giovane. La “sorveglianza” perciò è reciproca.

La spinta sociale a “nzurarse” (ma potremmo dire a sposarsi, perché era così dovunque) era tale che, fino a non troppo tempo fa, il matrimonio era considerato come una tappa dello sviluppo, come la dentizione, o la pubertà: non era nemmeno immaginabile che non ci fosse. Se un uomo non si sposava, tutti pensavano che doveva esserci qualcosa sotto: o forse (“lo dicevamo noi!”) niente. Il single (per non parlare del suo omologo femminile: la zitella), era oggetto di riprovazione sociale, se non di commiserazione. Anche il “chiavettiere”, mentre passava da una donna all’altra, sapeva perfettamente che alla fine si sarebbe “’nzurato”: e così andava a finire. Nulla poteva impedire che ci si sposasse: né un difetto fisico, né una disastrosa condizione economica. Il napoletano ha sempre saputo campare con poco (l’ha dovuto imparare per forza…): dove mangiano due mangiano (o non mangiano) tre, e via, a salire. D’altra parte, una famiglia numerosa è comunque una risorsa, sia dal punto di vista pratico, che psicologico: dover provvedere alla famiglia dà la carica per potere uscire di casa ad “abbuscarsi ‘a jurnata”.

A Napoli, il passaggio da “’nzurato” a “pat’e figlie” era molto rapido: spesso bastavano i nove mesi canonici. A quel punto lo status (di famiglia) del padre cambiava enormemente: ‘o pat’e figlie aveva molti doveri, e un solo fondamentale diritto: quello di non andare troppo per il sottile riguardo alla maniera di procurarsi il pane. Secondo Leo Longanesi, il motto dell’italiano (questo dunque vale anche per il napoletano) è: “Tengo famiglia”. Un ottimo alibi, che autorizza a compiere qualsiasi nefandezza e scorrettezza. Tra gli indirizzi presenti su www.s-mail.it, li troverete entrambi: iltuonome@nzurato.it, e iltuonome@patefiglie.it . Per chi compra il primo, e (dopo un adeguato intervallo), il secondo, è previsto uno sconto, e un telegramma di auguri.